Eravamo in cammino su un sentiero tra le montagne, il paesaggio era in gran parte innevato, il vento forte costringeva gli occhi a rimanere socchiusi e alzava fantasmi di polvere bianca.

Nel silenzio delle Alpi, durante una bella giornata di sole e di freddo, un’ombra sovrastò le teste.

Leggero e regale, sicuro nel vento e tra le rocce e il cielo un gipeto danzava tra i riflessi del sole sulla neve e le ombre degli speroni che ergevano dalle pareti rocciose della valle

Con una apertura alare che può superare i 2,70 mt, il gipeto è senza dubbio uno dei rapaci più impressionanti e maestosi delle montagne Alpine.

Binocolando o zoommando la foto sicuramente non si può non non notare il caratteristico ciuffo di setole che come baffi cadono ai lati del becco, questa particolarità è all’origine del suo nome volgare ovvero avvoltoio barbuto (nome scientifico Gypaetus barbatus).

Estinto sulle Alpi a causa della pesecuzione umana all’inizio del ventesimo secolo, grazie ad un progetto di reintroduzione iniziato nel 1986, il gipeto è tornato a nidificare e volare tra le cime più alte e inacessibili delle nostre montagne. In grado di sfruttare le correnti d’aria è in grado di non battere le ali per lunghi periodo mentre volteggia e ispeziona le valli in cerca di carcasse.

Trattandosi di un animale necrofago, si nutre di carcasse, ancor più esattamente di ossa, le quali vengono ingerite per intere (grazie a succhi gastrici altamente acidi presenti nello stomaco è in grado di sciogliernee i sali minerali di cui sono costituite le ossa) o di spezzarle lasciandole cadere da grandi altezze, per poi mangiarne il midollo.

Purtroppo nemmeno lui è esente all’alto rischio di saturnismo, una delle principali minacce per la conservazione del gipeto e fra le principali cause di morte della maggior parte di rapaci necrofagi come ad esempio l’aquila o il grifone.
(qui il link di un video realizzato nel Parco Nazionale dello Stelvio in cui si parla di Saturnismo in maniera approffondita).